Parte V - La Felicità sfuggente

16.06.2021

Si preannunciava una calda estate e come la terra gelata e dura per quel maledetto freddo inverno il mio cuore tornava dopo i tanti dolori vissuti a riscaldarsi. Vivemmo quel nostro amore lontano dagli occhi dei vecchi austeri e bigotti in un campo dalle alte bionde spighe tanto alte da poterci perdere tra queste.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gnatos diligit et generos.

Ecco come Catullo amò la sua Lesbia, io l'amai non come il volgo ama ma come un padre i figli e i generi. Non era una mera e meschina attrazione fisica come spesso accade. Quando era con me guardavo silenzioso il suo profilo e quando era lontana da me la mia mente come una farfalla si librava nel cielo della memoria per rincorrere un fugace ricordo necessario ad appagare il mio irrequieto desiderio di averla se non con me almeno nei miei pensieri. Quel campo che di tanti volgari baci fu spettatore di fronte i nostri rimase stupito poiché non frutto di un animalesco istinto ma di una manifestazione fisica di un desiderio dell'anima.

Dà mi bàsia mìlle, dèinde cèntum,
dèin mille àltera, dèin secùnda cèntum,
dèinde usque àltera mìlle, dèinde cèntum.

Così le rispondevo quando scherzando mi domandava quanti baci mi servissero per saziare le mie bramose labbra e lei graziosamente si avvicinava a me e poggiava le sue labbra gentili sulle mie per dare alle nostre due anime ciò che entrambe esigevano. Durante quei nostri incontri pomeridiani lunghi erano i silenzi in cui lei poggiava dolcemente il suo bel volto sul mio indegno petto, indegno di reggere una tale grazia. Osservavamo in quei momenti un grande pesco in fiore intorno al quale volteggiavano le farfalle e i bei passerotti intonavano il loro melodioso canto d'amore e con il frinire dei grilli facevano da accompagnamento a quel nostro idillio.

Ma come le farfalle che periscono dopo tre giorni di dilettosi volteggi nel cielo il nostro amore tanto durò. Lì capii quanto le farfalle siano sagge poiché non contano la loro vita in anni ma in attimi e quel poco tempo che Dio concede lo godono appieno. Affidai alla carta imbevuta delle mie lacrime e ad un nero fiume di inchiostro quelle parole necessarie ad un adieu meditato e definitivo necessario per poter finalmente tornare tra le braccia di quella matrigna sensazione di vacuità interiore che mi accompagnò sempre come fa la madre col bimbo la quale lo lascia libero di giocare e di allontanarsi un poco osservandolo sempre con occhio attento e poi al momento ritenuto opportuno gli si avvicina e benché lui si disperi lo alza da terra e lo porta con sé.

Fu così che l'ineluttabile e crudele felicità che dopo averti illuso d'essere tua ti strazia e ti abbandona ad un sentimento che mai ti abbandonerà il dolore. La felicità sempre errante senza mai una meta probabilmente è essa stessa l'infelicità e non riuscendo a trovar modo per appagarsi fugge come una cerbiatta in primavera pregna del suo dolore che quasi per dispetto lascia a noi dopo essersi per poco tempo concessa.

Il bambino ha il dono di accettare molto rapidamente la scomparsa di una sensazione.  Gli sono risparmiati quei contorni remoti e sfuggenti che costituiscono la vastità del dolore.