Parte IV - L'amore inaspettato

12.05.2021

Dopo quel freddo inverno , arrivò la primavera. Dopo quei tre gelidi mesi e la straziante tragedia alla quale assistetti per le strade viennesi, sentii un suono a cui non ero più abituato, e no, non quello di un pianoforte, ma i cinguettii e i lai degli uccellini che si libravano liberi nell'aria felici sembrando quasi che danzassero.

Riuscì a trovare il mio vecchio maestro di pianoforte il quale ora insegnava al conservatorio fece in modo di inserirmi nella lista per gli esami d'ammissione sebbene già chiusa a dicembre. Con nemmeno una settimana di preparazione mi presentai, certamente molto titubante ma speranzoso che mia madre in quel momento mi stesse guardando. Suonai sempre pensando a lei, non guardando mai una volta né la tastiera né la commissione, ero in un mio mondo in cui immaginavo di avere, lì, dove il pianoforte fa quella curva, mia madre appoggiata che mi ascoltava, mi guardava e rideva, felice, ed io ero felice di suonare per lei. Forse c'era davvero mia madre perché finito di suonare si alzarono tutti in piedi e applaudirono. Chi avrebbe mai immaginato che quegli arcigni ed egregi professori i quali avevano un'espressione che definirla minacciosa sarebbe riduttivo dopo che eseguì la sonata D. 960 di Schubert avessero le lacrime agli occhi. In poco tempo mi tiraiaddosso l'invidia degli altri studenti. A me, però, poco importava, sapevo quanto io valevo e sapevo che l'invidia è sintomo d'ammirazione.

Un giorno dopo aver finito lezione nei corridoi incontrai, per caso, una ragazza. Me ne innamorai. Me ne innamorai perdutamente. Aveva la pelle olivastra, gli occhi castano chiaro, occhi capaci di ipnotizzarti. La seguivo ovunque, non pensavo che a lei e quando non la vedevo la mia testa me ne forniva un'immagine nitidissima con la quale riusciva ad appagare la mia smaniosa voglia di mirarla. Un giorno presi coraggio, mi presentai a lei con cinque rose rosse e mi dichiarai. Lei mi rifiutò. Io perso, passai l'intera estate a dannare la mia anima tentando di coprire e seppellire il suo pensiero. Fallì miseramente. Decisi che non potevo arrendermi così e continuai a osservarla sopitamente a riavvicinarmi piano piano per evitare che scappasse di nuovo. Un giorno organizzatomi con il mio maestro feci in modo, dato che lei aveva lezione dopo di me, che il mio fido si allontanasse lasciandoci soli. Appena intravidi la sua ombra lunga sulla porta iniziai a suonare l'Improvviso in sol bemolle minore di Schubert. Entrò nell'aula e se all'inizio era lì lì per uscire poi sull'uscio, si fermò, si volto e si mise nella curva del pianoforte ad ascoltarmi e a sorridere come avevo immaginato mia madre durante l'esame. Finito il pezzo il mio maestro tornò ed io uscì salutandola timidamente mentre lei abbassava lo sguardo e le sua bianche gote si tingevano di un color purpureo. Era il mio momento. Avevo esattamente un'ora. Uscì dal conservatorio, seppur avessi lezione di composizione. Mi fiondai alla libreria dirimpetto all'edificio, entrai trafelato e mi feci dare una copia dell'opera di Schubert contenente il pezzo suonatole poco prima. Poi corsi come un pazzo fino in centro per andare nel miglior negozio di fiori e le comprai una rosa rossa, una sì, ma la più bella. Ritornai in conservatorio un minuto prima che finisse l'ora, la aspettai fuori dall'aula e appena uscita le diedi i miei doni. Lei li accettò con lo sguardo ancora più basso. E ci avviammo insieme verso l'uscita.