Parte II - La mia infanzia 

31.03.2021

Eccoli, basta aguzzare un poco la vista, forse l'ultima cosa buona rimastami, i monti boemi. Teatro dell'unico periodo felice dell'intera mia esistenza: la mia infanzia.

La mia infanzia, spensierata, libera, forse troppo breve.

Ricordo mia madre, ricordo il profumo della sua pelle che sapeva di rosa, ricordo quando mi stringeva al di lei petto. Come le rose, appassì troppo in fretta e mentre io avevo 12 anni, solo 12 anni, il padreterno la volle con sé. Spesso mi chiedo perché egli prenda sempre le persone più belle, ma ogni volta non riesco a trovare risposta diversa da questa: "se tu fossi in un giardino pieno di fiori e dovessi coglierne alcuni da regalare a una persona cara, tu quali coglieresti? I più belli, certamente, i più profumati". Similmente, Dio coglie per sé le anime migliori da questa terra.

Rimasi solo per la prima volta, poi ci feci l'abitudine. La solitudine ti si attacca addosso, si aggrappa con tutte le sue forze. Non ti vuole lasciare. Diventa un parassita dannoso, inizia a nutrirsi di te risucchiando ogni singolo e minuscolo sprizzo di felicità. Ti svuota gli occhi togliendo quella particolare lucentezza propria delle persone felici. E lo fa fino a quando tutto diventa grigio piatto, fino al momento in cui decidi di smettere di vivere, di lasciarti andare alla deriva, come quando vedi un Giglio sul lago che si fa trasportare inerme dalla corrente.

In questa mia mesta condizione riuscii a trovare ristoro e sollievo nella lettura e nella musica, mi dilettavo nel leggere classici latini, greci, ma anche Shakespeare, Voltaire. Amavo leggere, leggevo di tutto, ogni cosa che mi passasse tra le mani e da ogni opera amavo trarre un insegnamento, comprendere cosa si celasse dietro quelle parole, cosa quelle parole volessero comunicare e ogni insegnamento lo facevo mio.

Un giorno vidi il pianoforte di mia madre. Era sempre stato lì, ma non me ne ero mai reso conto. Probabilmente, mi aveva attirato, più che il pianoforte in sé, una strana luce che entrava dalla vetrata e che puntava proprio sul pianoforte, sulla tastiera del pianoforte. Mi sedetti e iniziai a suonicchiare una breve canzoncina che mi aveva insegnato lei. Me ne innamorai.

Principiai nel prendere lezioni private da un maestro che pagavo con quella piccolissima fortuna che mia madre mi aveva lasciato in morte. Fortuna di cui mio padre era totalmente all'oscuro: se l'avesse saputo, con ogni probabilità, l'avrebbe presa con quelle sue pallide, ossute, schifose mani e fatta sua. Il mio genitore, passato quel breve tempo di lutto formale che la società imponeva di tenere, si risposò con quella che era stata per anni la sua amante, della quale tutti sapevano, ma nessuno diceva nulla. Così lamia vita continuava ma in uno strano modo come se tutto quello che facevo lo facesse qualcun altro ed io dall'esterno osservassi passivamente. Il mio maestro mi voleva in Conservatorio, ma mio padre continuava ad opporsi probabilmente per il piacere sadico di far soffrire qualcuno che vedeva solo come un impedimento per il sogno d'amore .

Così, una notte, a soli 16 anni, presi le mie poche cose, quel poco denaro che mi era rimasto e alcuni vestiti, stesi una copertina sul letto, misi tutto all'interno, congiunsi i quattro angoli e ci feci un nodo. Poi presi questo fagottino e scappai, me ne andai. Prima di essere troppo lontano rivolsi lo sguardo un'ultima volta a quella che era stata la mia abitazione fino a quel momento, ma capì subito che io non avevo nulla a che fare ormai lì. L'unica cosa che mi aveva trattenuto se n'era andata da quattro anni. Comunque, sapevo che lei si trovasse da qualche parte nell'etere e che da lì mi stesse osservando. Rivolsi lo sguardo in avanti e non voltai più indietro il capo, fino a questo momento.

Seppi, poi, da una donna della servitù che voleva bene a mia madre e a me, che quando mio padre seppe della fuga se ne rallegrò, poiché vedeva che l'ultimo impedimento per legittimare la sua storia clandestina si era levato di torno da solo. Mi inviò anche del denaro, una sorta di pagamento per aver fatto senza che lui me lo chiedesse ciò che voleva. Preferii patire freddo e fame, non avrei mai accettato quella somma, e rimandai il povero servo che mio padre aveva mandato, più ricco di quando era partito.


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