Miei cari lettori - parte VI

20.05.2021

Miei cari lettori, quando Ghismundo concluse la propria così attendibile narrazione, si sarebbe anche potuto dire, in un certo senso, che il nostro confronto fosse infine giunto al proprio naturale termine: tutti e tre i discorsi erano stati infatti pronunciati, e le uniche cose che ancora mancavano all'appello parevano essere le sole, dovute conclusioni. Ah le conclusioni, cose terribili presso tutte le genti! Esse infondono sempre molta e molto grande tristezza in ogni animo, tanto che, con sicura certezza, non dubito stiate piangendo anche voi con la stessa cruda disperazione con cui sto piangendo io in questo preciso istante: nonostante ciò, ed attingendo alla più alta e veritiera fonte di sapienza umana, cercherò di consolarci esortandoci a non piangere perché e finita, ma a sorridere perché è successo, seppure temo che ciò non avrà troppo grande esito e non sarà capace di placare i nostri sì forti singhiozzi. Quanto mi scuotono i singhiozzi, quanto tremano le mie mani, quanto poco riescono a vedere i miei occhi inondati dalle lacrime!... lo sconforto regna ormai sovrano sui nostri cuori, io temo, ma se pure dobbiamo vedere un qualche lato positivo in tutto ciò, si potrà almeno dare un'ottima spiegazione ai miei possibili errori di battitura: troppi singhiozzi, troppo tremore, vista troppo annebbiata.

Detto ciò, torniamo a noi e agli ultimi, tristi sgoccioli del nostro confronto, e soprattutto torniamo alla faccia di Niuton, costernata (sebbene dire "costernata" sia grandemente riduttivo) dall'utilizzo della parola onanismo nel precedente discorso: sarebbe stato ben meno sconvolto, io ritengo, se avesse conosciuto il vero significato del termine stesso.

«Cosa dovremmo dedurre da tutto ciò?» chiese dunque senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma guardandoci tutti spaesato.

Dei tre, fui io a raccogliere la domanda. «Ne deduciamo, Niuton, che Diogene fu un dannatissimo figo, un figone come non ce ne sono più stati e come non ce ne saranno negli anni a venire: questo deduciamo, Niuton, e non è poco, non è poco per niente» gli risposi, serio quanto permetteva la situazione. Guardando la costernazione crescere a livelli esponenziali sul suo volto, però, non potei evitare di sorridere, ed anche Ghismundo se la rideva sotto i baffi.

«Piantatela di fare gli idioti» continuò Niuton imperterrito «Arriva al punto, tu, e di' chi ha vinto, di' chi tra noi si è guadagnato la vittoria».

A questa domanda, Sophia sbuffò sonoramente. «Possibile che tu non l'abbia ancora capito? Siamo stati malamente ingannati, ci è stata data una tesi senza senso, e noi l'abbiamo seguita come polli! Ghismundo poi l'avrà anche evitata, ma solo perché ha avuto più tempo per riflettere, solo per questo... facile così! Con tutto quel tempo, ci sarei riuscita anch'io senza problemi».

Niuton non sembrò più incline a capire, mentre Sophia, abbandonatolo, cominciò a scagliarmi contro innumerevoli fulmini e tante saette: se sono ancora vivo, io credo, è solo merito della sua scarsissima mira, una mira per cui ogni notte rendo grazie ad Iddio Santissimo con commosse ed accorate lodi.

«A mio avviso» feci io, deglutendo forte «Sarebbe meglio dire che avete vinto tutti e tre, e non nessuno; "faccio ciò che mi pare e piace", questa la giusta tesi che Ghismundo ha messo in bocca a Diogene: chi fa questo, chi fa ciò che gli piace, vince. Avete vinto tutti e tre! Rallegratevi dunque, e dimenticate inganni che non hanno portato ad altro che gioia e divertimento! Gioite!, festeggiate!, perdonate!, non pestate! In ogni caso, non si può certo dire che ne sia uscito vincitore Ghismundo, avendo avuto, come notato da Sophia, più tempo per riflettere rispetto a voi: semplice fortuna, e se avesse fatto il suo discorso per secondo, come gli avevo chiesto, le cose sarebbero andate in maniera ben diversa».

«Sbagliato, sbagliato ed ancora sbagliato: quella è stata strategia, accorta strategia, e non semplice fortuna» ribatté Ghismundo «Se qualcuno ha vinto, quello sono stato io. Tu però, razza di gran testa, hai dimenticato molto accidentalmente di dire chi ha perso, il vero perdente di questo confronto: è chiaramente a te che mi riferisco, te, illuso!, che volevi ingannarmi e che, nel vanissimo tentativo, hai fallito miseramente! Ammetti d'aver fallito, e ammetti che merito la mia vittoria: ammetti questo, ed io penserò bene a gioire, festeggiare, perdonare e non pestare».

«Oh signori del cielo e della terra, abbiate pietà di me!» tanto accorate furono le mie preghiere «Ammetto d'aver fallito, Ghismundo, e d'aver fallito malamente e molto più malamente di quanto vi abbia ingannati, ma non posso, non posso davvero darti la vittoria! Capisci, sarei vergognosamente di parte, lo capisci questo? Non posso proprio, ma una cosa la posso dire, e sia chiaro che la dico non per le tue velate ma crudeli minacce, ma perché lo spirito me lo impone: ebbene, se non fossi la gran testa che sono, vorrei essere Ghismundo».

Ghismundo sembrò assai compiaciuto da ciò, almeno finché Sophia non fece notare che lui, a conti fatti, si era rivelato essere una testa persino maggiore di me: fortunatamente quell'uomo di perverso umorismo trovò la cosa divertente piuttosto che offensiva, e così, dopo pochi altri convenevoli, ci salutammo felici e contenti. Uscendo, dunque, pensai di scrivere una volta per tutte la parola fine a questi...

«Non vorrai davvero finire così?» mi chiese Ghismundo, camminando via «Non vorrai davvero finire senza porre né colpi di scena né battute ad effetto, né rime sconce né citazioni a sproposito!? E la morale della favola, poi, te la sei dimenticata?»

«Per favore Ghismundo» gli risposi io sbalordito «Che razza di morale dovrei trarre da tutto ciò? Sarebbe delirante...»

«Ah ma che importa! Possibile che tu non abbia alcun pensiero da riportare, anche a caso?»

«Ho moltissimi pensieri a caso: sulla morale, in effetti, e sulla religione, poi sulla ragione, sul riso, sulla verità, la quale mi sta a cuore più di ogni altra...»

«Sembrano i nomi di opere di antichi filosofi! Una di queste andrà bene, senza dubbio».

«Senti Ghismundo, il problema è proprio che assomigliano troppo a ciò che dici: sono solo un poco meno assurde dei trattati di negromanzia di Empedocle, di Eraclito quando disse che il diametro del sole era pari a un piede, dei pitagorici che veneravano i numerini e di Anassimandro, secondo cui i primi uomini nacquero da pesciolini sguazzanti e vivaci».

«Non credevo che vodka e droghe pesanti esistessero già nell'antichità» asserì Ghismundo «Eppure» aggiunse «Devi inventarti qualcosa».

«Devo proprio?»

«Devi proprio».

«Proprio proprio?»

«Proprio proprio».

«Misero me, che sia! Vediamo, scriverei una cosa del genere: "Miei cari lettori, è a voi che ho dedicato ognuna delle pagine che ho scritto, nella convinzione che, in questi tempi tristi, non sarebbe stato male strapparvi uno o due sorrisi: questo messaggio mi sembrerebbe da solo più che sufficiente, ma poiché sono a tal punto pressato da personaggi degni di ogni... ammirazione, vi dirò anche: inseguite ciò che amate, inseguite le vostre passioni, inseguite ciò che volete e fatelo con ogni forza, ma non restate fermi. Non è forse stupido tutto ciò? Io ne ho la piena certezza, e sono altrettanto certo che le cose più stupide e banali siano quelle più facilmente dimenticate: e sì, una volta ho sbagliato a fare due più cinque. Concludo dunque così, miei cari lettori, concludo lanciandovi un sorriso e un occhiolino, ma un sorriso e un occhiolino diversi da quelli che vi ho lanciato fin ora"».

«Hai dimenticato la parola magica, razza di babbeo».

«Uomo meraviglioso, lascio a te l'onore».

«Quale onore mi concedi... se però proprio devo, io lo dirò: se proprio devo scriverò, una volta per tutte, la parola fine».