Miei cari lettori - parte V

13.05.2021

«Voi tre, pochi ma buoni, ch'ascoltate così volenterosamente il suono di queste rime sparse, spero già immaginiate, senza che ve lo dica, quanto grande e quanto centrale sarà il realismo nelle mie parole, e quanto esse saranno tese al vero in ogni riga ed in ogni atto» proruppe Ghismundo con voce seria e dura, abbracciando con lo sguardo tutti noi. «Tutto ciò che dirò dovrà essere interpretato letteralmente, letteralmente e solo letteralmente: l'attendibilità di tutto ciò che dirò sarà chiara e luminosa ai vostri occhi».

Un brivido gelido mi percosse la schiena come una spada di ghiaccio. «Giusto per farci un'idea» gli dissi «Quanto sarà attendibile ciò che dirai, in una scala che va dai tweet di Salvini alle prime pagine di Libero?»

«Si avvicinerà» rispose solennemente Ghismundo «All'attendibilità di Libero nei suoi giorni più brillanti».

«È da notarsi il doppio significato di brillanti. Considerando il primo, però, sappi che i nostri occhi già bruciano a tanto forte luce, e per essa tutti noi temiamo di rimanere acciecati: ti prego, sii veloce e indolore, e non infierire su di noi, miseri e miopi».

«Come vuoi» acconsentì lui. «Per difendere e promuovere il mio amato tradizionale, io non ho la benché minima voglia di fare un vero e proprio discorso come quello di Sophia, né di raccontare una grande storia come quella di Niuton, sapendo bene che non riuscirei mai ad essere tanto mirabilmente noioso come la prima, mai ad eguagliare, neppure lontanamente, il secondo. Essendo a tal punto insidiato nelle mie scelte, non potrò far altro che ricorrere ad una terza via: citerò, semplicemente, un accadimento storico realmente avvenuto, che molto, pur dopo tutto questo tempo, potrebbe porre luce sull'aspra questione di cui abbiamo tanto a lungo dibattuto. I protagonisti di questo episodio saranno tre, tutti personaggi di grande fama e di grade pregio. Ipazia è la prima che cito: nota filosofa alessandrina, pare abbia lanciato con grande rabbia contro il proprio allievo Sinesio, innamorato di lei, le proprie mutande sporche di mestruo, urlandogli dietro "è di questo che ti sei innamorato!" e conquistando in tal modo e definitivamente il suo amore. Il secondo è un uomo di carattere, un uomo di scienza: Sorano di Efeso, per gli amici Sorano e basta, che compì ricerche approfondite sul funzionamento di diverse parti del corpo umano, restando in questi campi un fermo punto di riferimento per i secoli a venire. Infine, ultimo ma non per importanza, il mitico Diogene, Diogene il Cinico, il filosofo interessato alla natura che viveva in una botte».

Sentendo queste cose, il viso di Sophia, dapprima scettico, sembrò per un attimo illuminarsi al nome di Ipazia, venendo però preso presto da nuovi dubbi al sentire quello di Diogene. «Non ho idea di chi sia questo Sorano di Efeso» proferì «Ma sono piuttosto sicura che Diogene ed Ipazia (non mi spiego come tu faccia a conoscerla, ma ti faccio i complimenti) vissero in periodi storici completamente diversi... come potrebbero far parte della stessa storia?»

«Possono, perché ti sbagli» ribatté Ghismundo contrariato «Diogene ed Ipazia vissero entrambi nel quarto secolo, ne ho piena certezza».

Sophia si portò non senza eleganza una mano alla fronte. «Diogene visse nel quarto secolo prima di Cristo, Ipazia nel quarto dopo Cristo: ci sono diverse centinaia di anni in mezzo».

«Ma nessuno te l'ha chiesto, Sophia, per cui avresti fatto meglio a starti zitta: Diogene ed Ipazia vissero nel quarto secolo, punto, per cui poterono incontrarsi senza problemi. Non è forse logico ciò che dico? Lo è, per cui muta, fa' silenzio, chiudi quella bocca seminatrice di perplessità e di dubbi, e lasciami parlare». Detto ciò e con la grande serietà che gli si addiceva, fece un sospiro profondo, lanciò un'occhiataccia a quella ficcanaso di Sophia e riprese da dove si era interrotto. «Dunque accadde, com'ero sul punto di dire, che i tre personaggi si trovassero a vivere insieme nella stessa città per un qualche scherzo del destino, ed in essa ebbero presto, chi più chi meno, fama di esperti e di sapienti: Ipazia si adoperava in ogni modo in questa direzione, predicava le sue teorie per le strade e a chiunque incontrasse, affascinando molti, attirando su di sé l'odio di pochi; Sorano, applicando con perizia le proprie arti mediche ed affannandosi per migliorare sé e le proprie entrate, divenne ben presto altrettanto noto; solo Diogene sembrava non far nulla dalla mattina alla sera, nulla se non cose che si sarebbero facilmente dette sconvenienti, e nonostante ciò, anche lui ebbe presto fama di grande saggio ed esperto di cose. Sorano ed Ipazia, non capendo come ciò fosse possibile, si diressero un giorno alla botte del filosofo, interrogandolo e rimanendo piuttosto confusi da ciò che rispondeva loro: Diogene, difatti, non pareva avere nessuna voglia né di essere saggio né di essere considerato saggio, e non voleva esserlo né in campo filosofico, né in quello scientifico, né letterario. La cosa lasciò non poco perplessi i suoi interlocutori, che invece lo sapevano interessato proprio a quelle branche della conoscenza: volendo comprendere di più il suo pensiero, continuarono a fargli domande, via via sempre più difficili, sempre più numerose, a cui ad una certa nemmeno Diogene sapeva più rispondere. In breve, così, ciò che era stata una semplice curiosità si trasformò in un interrogatorio, poi in un fastidio, poi in un pacato inseguimento, poi in un sadico inseguimento, fino ad arrivare alla vera e propria persecuzione e alla più aspra tortura.

Diogene era distrutto dai propri persecutori, che nel frattempo avevano cominciato persino a fargli la predica.

"Diogene, tu moriresti per le conoscenze cui ti dedichi con tanto poca risolutezza?"

"Diogene, vecchio sciocco, perché ti dedichi a campi così diversi non riuscendo a far fiorire nessuno dei due come dovrebbe, perché non ti concentri su uno soltanto, invece di disperdere in questo modo le tue energie?"

"Ha ragione, Diogene, ha perfettamente ragione: tu sei l'uomo sciocco che, avendo un carro e due cavalli, ne pone uno a tirare in un senso, l'altro nell'altro: in questo modo fatichi inutilmente, restando fermo quando potresti correre lontano".

"Così si parla, così! Ed aggiungerei di più: tu stesso sei quel carro, Diogene, e tu stesso ti sei legato ai cavalli spronandoli in direzioni opposte: ti stanno strappando a metà, Diogene, capisci ora quanto tu sia sadico?"

Diogene, terrorizzato dalla terribile foga dei due e dalle loro cruente immagini, rispondeva sinceramente che non avrebbe mai nemmeno supposto di essere sadico, né si sentiva tirato e strappato in alcun modo, ma che se usavano tanto fine rettorica per dimostrarlo, probabilmente dovevano avere ragione».

«Ti assicuro che al classico non usiamo tanta foga» fece Sophia.

«Ti assicuro che alle applicate ne usiamo ancor meno» concordò Niuton.

E Ghismundo rise. «Interessante, vedo che avete colto il punto! Ma io non sto parlando di voi, vi ricordo, né delle vostre scuole, bensì di dotti e saggi del passato» rispose poi quell'uomo, tessitore d'inganni, maestro di frodi «Torniamo a noi, dunque. La vicenda tra i tre sarebbe continuata presumibilmente in eterno (o fino all'esaurimento nervoso di Diogene) quando un giorno arrivò nella loro città, Alessandria, Alessandro Mango in persona, pronto a risolvere tutto: tengo a precisare che l'Alessandro di questa storia era lì non in veste di Alessandro, ma solo di incomparabile idiota. Era quello il suo primo viaggio in Egitto, la sua prima visita ad Alessandria».

«Ghisundo» fece Sophia, sbiancata in viso, la pelle cerea «Ghismundo, non stai davvero dicendo che Alessandro arrivò ad Alessandria nel suo primo viaggio in Egitto, vero?»

«Lo sto dicendo, invece: hai qualcosa in contrario? E ti dirò di più: Ipazia era ormai la cento ottantaduesima a tenere la cattedra della scuola alessandrina: e ben ti stia, ficcanaso, ché tu sei ben punita. Se nessuno ha da fare altre inutili interruzioni, terminerei anche» e guardò di nuovo tutti noi. Sophia, la ficcanaso, era così indecisa se provare simpatia o disgusto per quell'uomo da dimenticarsi persino di ribattere.

«Bene» dichiarò Ghismundo «Alessandro arrivò in città, e ben presto giunsero al suo orecchio molte voci riguardo i tre sapienti che lì vivevano. Molto incuriosito, il sovrano si diresse da loro, e giuntogli di fronte gli chiese, non senza malizia, di convincerlo fosse meglio essere uno di loro, che non lui. Ipazia, che era abituata a parlare, si lanciò subito in infervorati discorsi, mentre Sorano, più pacatamente, raccontò di tutte le meraviglie che il suo lavoro gli permetteva di ammirare. Solo Diogene se ne stava muto, rintanato nella sua botte guardava spaesato gli altri.

"Tu che stai zitto" gli disse Alessando "Perché vivi in quella botte?"

"Molte cose sono superflue: voglio fare a meno di tutto il superfluo, perciò non possiedo altro".

"Nient'altro? Davvero?"

"Feh!, ad essere sincero ho da poco scoperto, o almeno così mi è parso, di avere anche due forti cavalli, seppure non li abbia mai visti; oltre a questo un carro, che però potrei essere io, ed infine i vestiti".

"Di cui fai spesso a meno, a quanto ho sentito!" ridacchiò Alessandro "Perché gli uomini ti ritengono saggio?"

Diogene sospirò. "Se l'uomo e la donna più saggi di Alessandria non sono riusciti a spiegarmelo, che speranze posso avere io?"

"Un motivo ci deve pur essere: a cosa ti dedichi?"

"A ciò che mi pare e piace, se mi è permesso dirlo: dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia all'onanismo. Quest'ultimo, poi, lo apprezzo specialmente se praticato in pubblico".

L'affermazione lasciò spiazzati e sconvolti sia il nostro Sorano che la nostra Ipazia, divertendo però non poco Alessandro.

"Ho deciso" disse "Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene"».