Miei cari lettori - parte IV

20.04.2021

Non appena Niuton terminò di parlare, per un attimo, per un brevissimo attimo, calò un gran silenzio fra noi: fu tuttavia solo un istante, quello, il tempo necessario a comprendere con pienezza i finissimi doppi sensi finali, ad apprezzarli in tutta la loro magnificenza.

A spezzare per prima il silenzio fu la tonante risata di Ghismundo, la quale, seppure già in principio fosse ben forte, continuò ad accrescersi in intensità e potenza, sempre di più, quasi non dovesse mai fermarsi, tanto che il poveretto fu costretto a stringersi il ventre con entrambe le braccia, riuscendo invero con raro stento a tenersi sulla sedia, tanto grande era il suo losco divertimento. Nonostante la difficoltà della sua condizione risultasse evidente ai nostri occhi, Ghismundo riuscì tuttavia, in qualche modo, ad esprimere le proprie congratulazioni a Niuton, avvalendosi non di parole ma di incomprensibili versi, vari cenni del capo, alzate di sopracciglia e poderose pacche sulla spalla: Niuton accettava tutte queste lodi con una faccia che nemmeno la Modestia in persona sarebbe riuscita ad eguagliare (con piena certezza), facendo a sua volta leggeri movimenti con la testa, come a dire "proprio così, è tutto vero!", e sorridendo con estrema beatitudine, ma con estrema umiltà. Quanto poi a Sophia, beh, lei era così impegnata a detestare Niuton con tutte le proprie forze per gli aspri giudizi sul proprio discorso, da non poter apprezzare neanche minimamente le sue parole: se ne stava così in disparte, a guardare arcigna e con immane disprezzo quei due babbei, lanciando al contempo occhiatacce roventi contro di me, soprattutto contro di me, quasi si ritenesse da me grandemente tradita. In quanto a ciò, e cioè al mio presunto tradimento, non escludo cominciasse anche lei, perfida, a sospettare i reali scopi di quel confronto: ritengo tuttavia fosse ben altro ad irritarla maggiormente nella mia condotta...

Difatti, abbiate pietà!, io non riuscivo proprio a non sorridere: se davanti a "la via molto celebrata" si poteva tentare una qualche stentata resistenza, contro "la formazione della nostra galassia" -la via lattea- non c'era davvero nulla da fare che non fosse alzare una buona bandiera bianca. Aggiungiamo a questo l'incredibile sfacciatezza di Niuton, che, pur sapendo perfettamente ch'io sapevo fosse tutta una burla, tuttavia continuava a comportarsi come se ogni cosa fosse reale, realmente reale. Così, non potendone fare a meno, sorrisi, sorrisi per quanto il rischio che Sophia lasciasse tutti noi al nostro destino (probabilmente con spiacevoli conseguenze per la salute fisica e la fertilità di uno di noi tre) fosse ormai divenuto grave e pressante: tutto ciò che potevo fare era perciò mordermi un labbro, coprirmi la bocca con una mano e guardare in basso a nascondere il gran peccato che con insistenza ricompariva sulle mie labbra, tutte soluzioni che aimè parevano dare ben poche soddisfazioni alla nostra Sophia.

«Credi davvero» disse infine lei con voce acida, rivolgendosi a Niuton «Che qualcuno si sia bevuto anche solo in minima parte alla tua assurda storiella? Credi davvero d'avvero d'aver convinto qualcuno che le applicate siano le migliori? Se lo pensi, sei persino più idiota di quanto non avessi primamente creduto, se pure è possibile raggiungere cotale livello di stupidità».

Fortunatamente, Ghismundo era ancora troppo impegnato a ridere spasmodicamente per poter rispondere che sì, lui si era pienamente convinto con il discorso di Niuton.

«Non saprei dire, Sophia» risposi invece io «Se questa storia sia vera o falsa, né ritengo d'avere il diritto di giudicarla in alcun modo: se però mi si dirà che alle applicate insegnano a raccontare storie tanto palesemente... fantasiose, diciamo, con una tale sicurezza e una tale faccia tosta, allora ti risponderei che sì, senza dubbio le applicate sono da considerarsi le migliori in assoluto tra i tre scuole proposte, ed anzi, rimpiangerei la mia scelta, quanto grandemente la rimpiangerei!, ed unicamente a favore della sua».

A tali parole Niuton fece sfoggio di una così grande modestia, di una così sconfinata umiltà, che non potei trattenermi con grave dispiacere dal fargli notare una possibile e molto velata ironia nelle mie parole: alla qual cosa egli si fece d'un tratto tutto rigido e serio, mentre un forte sospetto scendeva cupo come un'ombra di morte ad oscurare i suoi lineamenti. Sophia si ritenne a questa vista soddisfatta, sorrise a sua volta e lanciò uno sguardo di derisoria superiorità al proprio avversario.

In seguito e ad onor del vero, ebbi modo di spiegare a Niuton che, se pure mi ero schierato dalla parte di lei, l'avevo fatto unicamente con un sacrosanto intento, e cioè quello di proteggere la nostra integrità da una minaccia più che concreta: Niuton comprese, così che le mie ossa furono preservate ancora una volta intatte dalle percosse e dal risentimento.

«È finalmente giunto il tuo momento, Ghismundo» dissi allora io «Non oso immaginare cosa tu abbia potuto inventarti, cosa ti sia preparato a tuo tempo e le modifiche che certamente avrai apportato negli ultimi minuti».

Ghismundo, smettendo finalmente di ridere, si ricompose sulla sedia e mi guardò, ancora una volta divertito. «Fai bene a non immaginarlo, ché sicuramente non riusciresti ad arrivarci, tu, lurido traditore, perfido infame, testa che non sei altro, grande testa che non sei altro, e non so cosa mi trattenga dall'aggiungere apertamente a questa "testa" il pur dovuto complemento di specificazione».

«Ciò che ti ferma si chiama "censura", Ghismundo» gli dissi io «Un'invenzione che, anziché chiudercele, ci apre moltissime possibilità e moltissime e dilettosissime vie: lode e grazie a chi l'ha inventata, sempre sia lodato in cielo ed in terra!»

L'uomo malvagio ch'è Ghismundo ignorò bellamente le mie osservazioni. «Sappi una cosa, grande testa: come avrai capito ho avuto modo di riflettere, e in questa riflessione non poco mi ha aiutato la storia di Niuton. Se permetti, ho fatto effettivamente qualche piccola variazione al mio discorso originale: far sì che i tuoi piani ormai evidenti vadano come avevi previsto, lo capisci, mi riempirebbe il cuore di infinita tristezza».

Grande fu invero il mio rammarico a tali parole, ed ancora mi rammarico d'avergli messo nome Ghismundo e non qualcuno di più terribile, come Ildebrando, Rigoberto, Firminio, o, ancora e soprattutto, Oronzo: Oronzo, da quest'ultimo, salvo aspre censure, sarebbero nate rime tanto accorte e tanto raffinate, che persino l'Imperatore di Trebisonda in persona avrebbe dovuto, davanti ad esse, rispettosamente ed umilmente spostarsi. «Ammetto che riempirti il cuore di tristezza mi riempirebbe di gioia, ma temo aimè che questo sia solo un altro dei tuoi crudeli ed infimi inganni: tra tutte le genti, difatti, è risaputo che tu non abbia alcun cuore, alcun cuore in assoluto...»

«Ti rivelerò, per una volta hai perfettamente ragione» mi rispose così con un'incomparabile soddisfazione sul viso, davanti a cui non potei far altro che sospirare sconfitto.

«Tutti noi tremiamo fortemente» dissi «E con vero terrore attendiamo ciò che è da te stato escogitato».

Ghismundo sorrise a ciò, per chissà quale oscuro macchinamento della sua mente, e con un sorriso cominciò a parlare, esortandomi come prima cosa a non fare alcuna correzione alle sue parole: miei cari lettori, ditemi voi, che voleva che facessi esattamente? Che mi scrivessi in fronte tutto ciò che diceva, parola per parola? Misero me, io temo volesse solo un pretesto per mettermi ancor più i bastoni fra le ruote, sapendo perfettamente che mai avrei potuto fare a meno di attuare qualche minima modifica al suo discorso...

Le minime modifiche al suo discorso, poi, furono tanto poche e di così scarsa entità, che lo stesso Ghismundo ha di recente avuto la possibilità di lodarle, straordinariamente e con mio forte stupore, ed invero le ha approvate senza alcuna remora ed ancora oggi legge e rilegge quel testo, contentandosi di quanto sia ben riuscito. E

Quanto ciò sia vero,

Ben lo potrà dimostrare

Il mio naso rotto,

Che ancor duole e fa male.