Miei cari lettori - parte II

06.04.2021

L'autore avverte che l'umorismo potrebbe essere qui fin troppo presente, ma aggiunge anche che questo è l'unico modo "per farvi chiudere un occhio sui molti buchi nella trama", che pure "sono tanti e tanto profondi quanto quelli nel manto stradale di Roma".

Fu così che Sophia cominciò il proprio discorso, tra frecciatine pungenti e crudeli occhiatacce: benché il suo esordio fosse stato tanto duro ed aspro, tuttavia non ci volle molto perché le parole cominciassero a volare, così numerose, belle e soavi da lasciar quasi senza fiato. Non mento, non mento affatto, quando dico che per poco non dimenticai me stesso, dove mi trovassi e lo scopo di quel discorso, tanto grande era la sua eloquenza. Si vedeva davvero, in ogni caso, quanto a Sophia piacesse parlare, quanta cura avesse messo in ciò che diceva, e quanto lavoro, quanto impegno.

Tante e bellissime furono le storie che Sophia citò, e grandi autori e grandi opere, i loro insegnamenti ed i loro pensieri che solo al classico si potevano compiutamente imparare: parlò e parlò per lungo tempo, ed in breve le parole furon molte. Io ascoltavo con piacere, chiedendomi se la burla fosse già cominciata, o se dovesse ancora venire: se era cominciata però, Sophia avrebbe potuto fregiarsi senza problemi del titolo di sofista, ché né a me né agli altri parve infatti di sentire qualcosa di falso in tutto ciò che diceva. Quanto a questo, beh, Sophia mi rivelò in seguito che qualche piccolo "accorgimento", in effetti, forse, l'aveva anche messo, ma solo qualche, e piccolo, e giustificato dal voler aumentare l'effetto.

Niuton e Ghismundo non sembrarono tuttavia interessati a nulla di ciò che udivano, ed anzi, fecero ben più di uno sbadiglio mentre la ragazza parlava. La loro mancanza di attenzione fu un gran peccato però, ed un peccato che si ritorse contro di loro: entrambi non si accorsero, infatti, di quando e come iniziò l'inganno.

Fu con grande disinvoltura, quasi con noncuranza, che Sophia pronunciò il nome così noto e così ignoto, che fu per me un segnale inconfutabile: "l'imperatore di Trebisonda" disse "la cui fama è così grande da non sentirmi in dovere di parlarne". E così dicendo, continuò davvero a parlar d'altro.

Fu difficile per me trattenere un sorrisetto: l'imperatore di Trebisonda, senza nulla voler togliere alla sua magnificenza, non è in realtà, va ammesso, poi così noto. In un famoso prologo di un famoso volume, però, era stato citato con una particolarissima funzione: l'autore, vedendosi costretto ad inserire molte e dotte citazioni nei suoi scritti, si consigliò da solo di inventarsi da sé ogni dotta frase, ma di attribuirla poi a nientemeno che l'imperatore di Trebisonda. Molto dotto sarebbe sembrato invero, e nessuno avrebbe potuto facilmente contraddirlo tanto grande era appunto la fama di quell'uomo. «Una fama degna di Carneade» la interruppi allora io «Ma di' un po' a noi poveri ignoranti, chi era costui, e perché viene ricordato?» Sophia mi guardò con sommo sdegno, dicendo che era vergognoso oltre ogni misura non conoscere nulla sull'imperatore di Trebisonda, ma raccontando poi con tono più dolce, quasi ammirato di un'ammirazione da Oscar di quell'uomo e di tutte le grandi imprese che mai compì e solo dopo, come tanto speravo, dei suoi così numerosi scritti. Le citazioni che Sophia fece furono tutte dotte, false e ben celate, ma sono certo avesse desiderato metterne anche altre, giusto un poco più sfacciate: volendo accontentare le sue non dette intenzioni, farò qualche aggiunta che nel suo discorso non c'era, ma che ameranno i lettori. Non per questo si dica che le ho messo in bocca parole non sue: questa cosa io mai la mai farei... con una mano sul cuore lo giuro, lettori miei! «Innumerevoli» disse solennemente Sophia «Furono gli scritti dell'imperatore di Trebisonda e di questi molti sono giunti fino a noi e la loro grande sapienza illumina ancora come un sole tutti i sentieri degli uomini e guida le nostre vite nelle tempeste e nei giorni sereni. Aimè le sue frasi, per quanto famose, vennero nel tempo spesso attribuite ad altri, con grande tristezza di tutti noi. I suoi motti sono molti, ma nessuno di essi è banali: "conosci te stesso", "ognuno è artefice del proprio destino", "non desiderare l'impossibile", "tutto scorre", "al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere" e soprattutto "chi si ferma è perduto mille anni ogni minuto", che è stato erroneamente attribuito a Dante da certi intellettuali-leghisti e che invece è proprio dell'imperatore di Trebisonda» qui fece una pausa, con una solennità persino maggiore di prima e carica di una profonda saggezza. «Non dimentichiamo poi il suo impegno in poesia, un impegno che ci ha regalato splendide operette ed ancor più splendidi versi in latino ed in greco, tra cui "Tite Tate tute turanno tulisti", la cui leggerezza ancora oggi illumina e scalda i cuori di tutti noi come fuoco che balza e con giustizia è passato alla storia ed è stata preso a modello da molti e molti poeti contemporanei, che, sebbene non la raggiungano, pure le si avvicinano, tanto grande è la loro bravura! I versi d'amore dell'imperatore di Trebisonda furono così dolci e soavi che ancora oggi sciolgono il cuore di tutti coloro che li leggono: benché originariamente in greco antico, sono stati poi tradotti in italiano con forme che rendono onore all'originale. Come dimenticarsi di "È la fede degli amanti/ Come l'araba fenice:/ Che vi sia ciascun lo dice/ dove sia nessun lo sa"? Pronunciarla mi fa tremare ogni arto ed il mio cuore trema a tanta dolcezza! Sempre dell'imperatore di Trebisonda furono infine le tre massime che noi tutti teniamo nascoste nel segreto della nostra anima: "Di giallo limone...", "In tempi di carestia..." e "Non amar colui che amor promette: ama piuttosto chi osa parole dirette...", e molte e molte altre. Di queste però mi astengo, con sommo dispiacere, dal pronunciarne la fine e se lo faccio non è per scortesia, ma per semplice pudore. Invito poi i moralisti a non interrogarsi sul termine di queste dotte massime, né tanto né poco, ma proprio per niente. Tutto ciò fu dunque l'imperatore di Trebisonda».

Così, o meglio non esattamente così, Sophia terminò il proprio grande elogio all'imperatore di Trebisonda: non so grazie a quale mistica forza riuscii a non scoppiare a ridere, anche considerando che già allora, mentre parlava, mi erano venute in mente molte delle citazioni su cui avete appena posato lo sguardo. Anche Niuton e Ghismundo avevano nel frattempo rizzato le orecchie, ed entrambi parevano estremamente stupiti dalle imprese e dalla grande saggezza e dalle opere del presto celebre imperatore. Stupiti, per certo, e quasi increduli.

Notai soprattutto che lo spregevole Ghismundo, che di tutto dubita era stato, nell'ultima parte, più impegnato a riflettere tra sé e sé che ad ascoltare: sono davvero rarissime, in genere, le volte in cui Ghismundo riflette, ma quando riflette non ne esce mai, mai ma proprio mai qualcosa di buono. Pensai dunque fosse necessario fermarlo immediatamente e gli diedi la parola con la buona intenzione di evitargli troppi crucci.Ghismundo mi sorrise e sorridendo si rifiutò di collaborare, dando invece la precedenza a Niuton.

di F. V.