Miei cari lettori - introduzione

23.03.2021

Miei cari lettori,

sì, proprio voi che con tanta passione seguite le nostre vicende, sappiate che in questo mio primo pezzo di questa rubrica, se così ci si può azzardare a definirlo, assisterete al principio di una strana cosa, strana per certo, ma che forse potrebbe sembrarvi anche un poco interessante.

Dovendomi presto confrontare con una pagina bianca, ho dovuto inevitabilmente chiedere a me stesso: "Come, come potrei attirare la loro attenzione sin da subito, sin dalle prime, poche parole? Un'ardua domanda, per la cui risposta ho realizzato dovesse esserne posta prima un'altra domanda non meno complessa. Se vi stiate chiedendo quale essa sia, è semplice, è una domanda che tormenta le menti di tutti gli uomini dagli albori della civiltà e, per quanto ne so io, persino da prima; sto parlando di quella questione spinosa che ancora oggi infuria e brucia e non trova definitiva risposta ma che in molti luoghi e in molti tempi continua a far scatenare accorate discussioni. Ecco finalmente dopo tanti preamboli la questione: "Quale dei licei tre è in assoluto il migliore? Il classico, il tradizionale o le scienze applicate?"

Penso che ognuno di noi abbia già in sé una buona risposta: "Era di gran lunga meglio andare all'alberghiero". Questa è, non posso negarlo, una buona se non un'ottima risposta, ma non una tra le tre possibili quindi, per esaminare la questione con giustizia, ho pensato di intervistare tre prodi rappresentanti delle categorie in sfida, chiedendo a ciascuno di difendere la propria scelta e il proprio istituto. A dire il vero, essendo io perfido e maligno, non ho ritenuto che questo da solo fosse sufficientemente interessante così ho chiesto loro di organizzare una burla prendendo spunto da ciò che avevano imparato, qualcosa di particolare che insegnavano solo nel proprio istituto con cui beffare gli altri, convincendoli, sì, ma a suon di celate idiozie. Ebbene le mie tre cavie, incuriosite, hanno accettato di buon grado il confronto.

Un'ultima questione mi sento ancora in dovere di chiarire:i nomi. Quella che ho intervistato, miei cari lettori, si è rivelata gente molto timida, che non ha voluto e non vuole che venga citata così come si chiama, ma con i più improbabili pseudonimi. La cosa è triste, ma le minacce di pestaggio in caso contrario sono state ahimè gravi e pesanti ed io, tenendo più alle ossa che alla veridicità del testo, ho dovuto infine cedere. Peccato... è risaputo che i pestaggi siano caratteristica propria dei giornalisti di successo!

Dei tre, è la fiera rappresentante del classico ad essere nominata per prima. Volente o nolente, con o senza buona ragione, lei stessa ha voluto chiamarsi Sophia, non con la f, giammai! ma proprio con il ph, che a detta sua sarebbe estremamente "philosophico", philosophico quanto le si conviene.

Il rappresentante delle scienze applicate, invece, brillava di tanta modestia da chiedermi il nome di Newton: io lo accontenterò, forse sì o forse no, chiamandolo Niuton.

L'unico che a questo punto rimane, temo proprio sia il portabandiera del nostro amato tradizionale, persona infima e bas...bassissima nei modi e nei termini e più degli altri mi ha minacciato di future e terribili sofferenze e più degli altri si è proposto con nomi tra i più assurdi e fuori luogo che mai si siano visti sulla terra. Essendo egli tutto questo ed avendo tanto insistito per avere uno pseudonimo, io gliene darò uno, orrendo come gli si conviene: Ghismundo. Se non dovesse andargli bene, dovrò con non molta tristezza apostrofarlo con nomi persino peggiori, come, che so, Bonagiunta Orbicciani da Lucca e questa, lo giuro, non è una minaccia che cadrà invano.

Resta un'ultimissima cosa prima di salutarci: perché colorare i nomi? Questa sì che è una questione spinosa! Ho scelto di colorare i nomi perché dei rispettivi colori saranno fatte le frasi da loro pronunciate, come a rappresentare le loro particolari tonalità di voce. So che molti potrebbero, riguardo a ciò, muovermi dure ed aspre critiche: che questo sia un espediente non degno nemmeno di un bambino dell'asilo, potrebbero dirmi, e che io lo usi unicamente perché non ho voglia di scrivere "disse allora Sophia, Niuton, Ghismundo". Persone spregevoli e di mala sorta sarebbero queste, cui risponderei in tre modi: il primo è che non voler citare nomi tanto orribili troppo di frequente basterebbe già da sé a giustificare la mia scelta; il secondo invece si riassume così: sarebbero gran maleducati, i signori critici, se insultassero in modo tanto bislacco dei poveri bambini dell'asilo che nulla hanno mai fatto per essere paragonati a me. Quanto alla mia terza replica, ecco, ci sono stati grandi esempi nel passato, grandi personaggi che hanno usato i colori, come mi accingo a fare io, per le proprie più famose opere. Per esempio? Uno o due dei presidenti del nostro Consiglio dei ministri, di cui forse, lo spero, avrete sentito parlare.

di F. V.