Meccanica

09.05.2021

Tratto dal romando Melita signora dei simulacri di Daniele Corradi


Charlie fissava la lavagna nera senza vedere nulla. Si tratteneva dal contemplare l'orologio alto sulla parete, col timore che il tempo non fosse passato.

Pensava che non c'era niente di peggio che stare lì ferma in quell'aula, con la luce che assopiva, il silenzio dei compagni punteggiato qua e là da qualche bisbiglio, il cellulare nascosto nell'astuccio, la matita stretta fra le dita ma incapace di scrivere alcunché. Non era stato così, fino a un anno fa, nella scuola di prima: lei era sempre la prima della classe, sempre con la mano alzata, apprezzata dai professori per i suoi interventi puntuali e intelligenti... a volte forse un po' troppo captatori di benevolenza ("lecchina" sibilavano le compagne, quasi tutte invidiose della sua media altissima); gli occhi azzurri che riverberavano ridenti la sua voglia di primeggiare. Poi si era spenta. Così, all'improvviso. Nel volgere di un'estate. Aveva lasciato casa sua per casa di suo cugino Aaron; aveva lasciato ogni interesse. Della voglia di primeggiare non le restava più nulla. Le bastava andare avanti, la sufficienza. Semplicemente, si era stufata, spenta. O qualcosa l'aveva rotta dentro, causandone lo spegnimento.

Ora si arricciava una ciocca di capelli, rigirandola fra indice e medio, e si accorse che lui la stava fissando, il suo compagno di classe (il suo ragazzo?), lì alla sua sinistra. Si voltò appena, quel tanto che bastava a permetterle di vedere, ma senza dare a lui l'impressione che il volto di lei si fosse, effettivamente, voltato.

Eh sì: la stava proprio fissando.

Fermò nella gola un sorriso che risaliva, pronto a raggiungerle le labbra. Quindi l'incazzatura della sera prima per l'ennesimo rifiuto di Charlie (sempre a forzarla, sempre a insistere per scopare... quando lei sapeva che no, non gliel'avrebbe data. Mai. Ma allora perché ci stava insieme?), quando l'aveva riaccompagnata a casa in pickup, doveva essergli già sbollita. Pensò alla partita di football del pomeriggio. Lì le parti si sarebbero capovolte e lei avrebbe fissato lui. Era un po' ridicolo con addosso quell'uniforme e il casco, però le piaceva. Percorreva traiettorie talmente veloci e precise, quando correva come receiver, che ricevere il pallone sembrava una conseguenza necessaria, quasi meccanica, per lui. Probabilmente a letto sarebbe stato lo stesso: veloce e meccanico. Convinto di aver dato una gran performance sportiva, alla fine di quei cinque minuti, fissandola compiaciuto e leggermente sudato. Le veniva da vomitare solo a pensarci. E soprattutto non gliene fregava niente, in realtà; lui ai suoi occhi aveva lo stesso valore della professoressa di fisica, rigida nel suo taglio di capelli grigi, corti, gli occhiali perfettamente lindi e trasparenti, il busto sempre dritto, che non ammetteva repliche alla sua "drittaggine". Il vezzo della sciarpa di seta screziata, anziché ammorbidirla, pareva paradossalmente confermare la sua durezza. Ecco, come il "suo ragazzo" receiver, anche la prof voleva essere dura, era ormai dura, definitiva. Riceveva senza dare nulla.

Non ho bisogno di te... non ho bisogno di niente... non mi importa nulla di nessuno...

Forse lei era davvero un po' troppo "nichilista", in quell'anno scolastico; come i giovani Demoni di Dostoevskij. Avrebbe dovuto pensare di meno e... provare qualcosa per le persone... affezionarsi a qualcuno, magari, o almeno all'idea di qualcuno. Al riflesso di qualcuno. Al simulacro di qualcuno. "Sei come una delle leggi della meccanica, Charlie", pensò. Fredda e giusta. Meccanica dei simulacri... che strana parola, perché ce l'aveva ancora in mente? Relitto della lezione di latino su Lucrezio, due ore prima: quel boriosissimo professore di letteratura, con la sua barba sregolata e la convinzione che ai ragazzi importasse qualcosa delle sue faccende private, che tirava in ballo quali aneddoti per illustrare concetti didattici... per "umanizzare" i testi e renderli "vivi", come diceva. Ma lì a scuola non c'era nulla di vivo: tutto era morto per Charlie, gelido e immobile, come corpi fatti scorrere avanti e indietro in un obitorio. Come in quel film, Reanimathrone, che aveva visto insieme a Gorislava, che voleva obbligarla a m*********i vicendevolmente, mentre sullo schermo esplodevano quel delirio di splatter anni '80 e le urla dei medici, impazziti perché i cadaveri dell'obitorio resuscitavano... dio, ma perché i ricchi (Gorislava rientrava appieno nella categoria) dovevano essere così decadenti, perversi, lussuriosi? E soprattutto: perché tutti, maschi e femmine, volevano sesso da lei?! Tutti a cercare di farle aprire le gambe. Mostri schifosi. Corpi. Senza mente. Questo erano.

E... accavallò le gambe, scoprendo un po' di coscia oltre l'orlo della gonna. Perché, in fondo, chissenefrega. Sapeva che lui ora avrebbe distolto lo sguardo, timoroso di essere beccato a sbirciare.

Non ho bisogno di te... non ho bisogno di niente... non mi importa nulla di niente e di nessuno...

Bussarono alla porta dell'aula. Fu come ridestarsi dal sonno.

Persino la professoressa si riscosse dalla propria lezione rigorosa come da un sogno lento, rispondendo "avanti" al bidello, in ritardo, come se le parole le pesassero. L'uomo col pullover rosso si avvicinò alla cattedra e disse qualcosa che la classe non capì. La professoressa protestò stupita, e il bidello ribatté qualcosa, altre parole bisbigliate che non andavano da nessuna parte.

Poi la prof di fisica guardò Charlie.

- ... Carla, c'è una telefonata per te... su in presidenza. Fai in fretta.

Charlie si alzò, pronta a tutto. Contenta del diversivo che interrompeva la routine? O semplicemente sveglia (almeno in superficie), veloce. Si diresse verso la porta dell'aula, accompagnata dal collaboratore scolastico. Chiamalo bidello, è quello che è: un fottuto bidello che ti sta sbirciando le gambe e immagina di sollevarti la gonna. Mostro.

La professoressa la guardò ancora da dietro i suoi occhiali cristallini, prima di riprendere la lezione. Come fosse colpa sua se l'avevano chiamata su in presidenza. La minaccia silenziosa di fargliela pagare.

Lungo i corridoi deserti e rimbombanti, sempre pronti a essere invasi dal vociare, a far riecheggiare ogni minimo rumore, con le menti e i desideri dei molti chiusi dietro le porte delle aule, con le macchinette del caffè e i distributori di snack, con i ragazzi ancora privi di una direzione che finivano ad allenarsi nella vasta palestra chiara, o si stendevano al sole nel prato verde, fuori, o seduti sui muretti all'intervallo, o stressati da altre mille attività extrascolastiche imposte da genitori giovani che volevano figli sani, attivi e col massimo dei voti; la tragedia di studiare, formalmente studiare, mentre nessun contenuto veniva davvero trattenuto; eppure fino all'anno prima le importava davvero, e nessuno aveva mai capito che lei non puntava solo alla media... erano stati loro a rovinarla, a furia di pensare così? Loro: quei professori morti, scialbi, quel ridicolo docente di matematica che vestiva peggio di un barbone, nella scuola di prima: mai una camicia stirata, mai un pantalone che non arrivasse stinto dagli anni settanta: sempre a dirle che lei puntava solo ai voti alti, senza il desiderio sincero di apprendere. L'avevano rovinata, demolendola dentro mentre fuori restava sorridente, bionda, bellissima.

Ora tutte le parole e le formule risultavano incomprensibili, i volti inutili e insensibili o troppo sensibili, i primini sfigati, le ragazze di quinta già adulte, o che si credevano tali, sfilando consce per i corridoi come fossero altri corridoi, loro che ormai erano già proiettate verso l'Università; e quella del terzo piano che non la smetteva di mettersi quei pantaloni aderenti a vita alta, nonostante avesse un culo come una portaerei, e quanto se la menava, ridendo lungo gli intervalli, eppure ai maschi piaceva; la banda del ciuffo che si imboscava per un po' di erba, anche fighi, ma quel loro credersi maledetti perché fumavano quei mozziconi li rendeva così infantili, nonostante i loro sguardi di sfida (o forse proprio per quello)... Gorislava le aveva fatto provare una pista di coca, una notte sull'orlo della città: Charlie aveva detto mai più, dopo, ma l'amica aveva quasi rischiato di ammazzarle entrambe, riportandola a casa sulla sua Porsche a 150 all'ora, urlando euforica per la white powder. Avevano riso insieme, alla fine, abbracciate, dopo aver rischiato di morire su una curva delle colline.

Non ho bisogno di te... non ho bisogno di niente... non mi importa nulla di niente e di nessuno... non sento niente...

Pensa, mentre ancora cammina e prende la rampa di scale e decide di superare il bidello, in modo che lui possa sbirciarle le mutande da sotto. Cosa che fa. Sono popolare? Piaccio? Tutti a contare i like... schifosi bastardi. La popolarità non era più nemmeno il proprio nome sulle bocche degli estranei, gente che ti sarebbe bastato fare due passi per conoscere, eppure stavano lì, eterni, lontani come altri mondi, in altre classi; niente più nomi sulle bocche perché nessuno parlava più, se non durante le interrogazioni. Tutti guardavano le immagini, le foto. Anche lei. Perché parlare se era necessario solo guardare? Il suo profilo aveva già raggiunto i 3000 follower. Senza che facesse nulla di particolare... a parte ammiccare un po' in qualche selfie. Gorislava ne aveva 10k, ma Gorislava era una troia: trentenni le scrivevano oscenità tutti i giorni, commentando anche in privato le sue foto "disinvolte". Lei, come Gory, era un mondo morto, ma nelle immagini non si vedeva (meccanica dei simulacri); alla gente piacevano i morti, sembrava. Questa era la scuola, e lei, diretta alla presidenza, aveva ancora davanti due anni e mezzo di quell'orrore.

di Daniele Corradi