Le ragioni dell'innocenza di Elena

18.03.2021

Nel V secolo a.C. il sofista Gorgia scrive un testo volto a sostenere l'innocenza di Elena rispetto al tradimento del marito Menelao per Paride, atto che scatenò la sanguinosa guerra di Troia. Il filosofo espone la sua tesi influenzato dalla prospettiva tragica e nichilista del mondo greco secondo cui l'esistenza sarebbe attraversata da aspetti irrazionali, non cogliibili dall'uomo, ed ogni vicenda umana sarebbe guidata da un destino cui l'uomo non si può sottrarre.

Se l'uomo non possiede libertà né di scelta né di fuga dal proprio destino, governato dalla forza divina del caso, come può possedere la responsabilità delle proprie azioni? Sull'animo di Elena potrebbe aver agito la forza divina dell'amore o il potere dominatore e persuadente della parola. In ogni caso ella è stata incapace di contrastare una forza più grande di lei.

Trovo un'argomentazione in particolare di profonda attualità: 

"E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subì una sventura. Merita dunque, colui che intraprese da barbaro una barbara impresa, d'esser colpito e verbalmente, e legalmente, e praticamente; verbalmente, gli spetta l'accusa; legalmente, l'infamia; praticamente, la pena." Se Elena non fosse stata spinta dalla follia dell'amore, sarebbe stata vittima di un'altra forza, quella di Paride, che fece della sua bellezza un bottino. Elena non ha colpa di essere stata rapita, chi l'ha oltraggiata è da ritenersi l'unico responsabile.

Lo aveva capito un uomo, secoli fa. Ancora adesso, nel XXI secolo d.C., sentiamo colpevolizzare le vittime di violenza sessuale e deresponsabilizzare coloro che invece dovrebbero subire l'indignazione pubblica e la pena che gli spetta.

Quante volte sentiamo frasi come: "non doveva trovarsi lì", "era troppo svestita", "era drogata"?

La colpa è sempre dello stupratore, mai della vittima.

di G. F.