Land Grabbing

29.05.2021

Il Land Grabbing, in italiano accaparramento di terra, è un discusso fenomeno economico e geopolitico di acquisizione di terreni agricoli su scala globale, venuto alla ribalta nel primo decennio del XXI secolo. Le aziende, soprattutto le multinazionali occidentali, puntano ad acquisire enormi estensioni di terreno da utilizzare per la coltivazione intensiva di prodotti da esportare.

La questione che tale fenomeno solleva riguarda gli effetti di queste pratiche di acquisizione su larga scala nei paesi in via di sviluppo, che si realizzano mediante affitto, o acquisto, di grandi estensioni agrarie da parte di multinazionali, governi stranieri, o singoli soggetti privati. Sebbene il ricorso a simili pratiche sia stato assai diffuso nel corso della storia umana, il fenomeno ha assunto una particolare rilevanza e connotazione a partire dagli anni 2007-2008, quando l'acquisizione di terre è stata stimolata e guidata dagli effetti della crisi dei prezzi agricoli registratasi in quegli anni e dalla conseguente volontà, da parte di alcuni paesi, di assicurarsi la disponibilità di approvvigionamenti e di proprie riserve alimentari. Infatti la crisi dei prezzi agricoli verificati negli anni dal 2007 in poi ha posto l'accento sul problema della sicurezza alimentare nei paesi sviluppati e, al contempo, ha messo in evidenza nuove opportunità economiche per investitori e speculatori nel campo agricolo, determinando un picco notevole negli investimenti agricoli su larga scala nel Sud del mondo, soprattutto stranieri, allo scopo di produrre cibo e biocarburanti.

Un esempio dell'effetto domino che condusse a fluttuazioni irregolari e imprevedibili dei prezzi delle materie prime e dei prodotti agroalimentari negli anni tra il 2007 e il 2012, causato proprio dalla crisi del 2007, è il fatto che il prezzo dei cereali aumentò di circa il 50% tra la fine del 2007 e la prima metà del 2008 sia in Europa che in Africa.

All'inizio, gli investitori e alcuni paesi sviluppati considerarono il fenomeno come una nuova opportunità per lo sviluppo agricolo, ma, in seguito, l'acquisizione massiccia ha raccolto una serie di critiche da parte di vari soggetti della società civile, da governi e da organizzazioni non governative, per il fardello di impatti negativi che, a loro dire, peserebbero sulle comunità locali.

Il fenomeno del Land Grabbing non è negativo in sé, dal momento che può essere portatore tanto di buone opportunità per i paesi destinatari del fenomeno quanto di rischi: da un lato, le acquisizioni possono garantire un'iniezione di preziose risorse per investimenti, in realtà economiche in cui queste ultime sono necessarie ma scarseggiano; d'altro canto, esiste il rischio concreto che le popolazioni locali possano perdere potere di controllo e di accesso sulle terre cedute e sulle risorse naturali collegate alla terra e ai suoli, come, ad esempio, l'acqua. Risulta cruciale, pertanto, assicurare che le acquisizioni siano realizzate in modo da minimizzare i rischi e massimizzare le opportunità di crescita e sviluppo economico. Una delle condizioni sfavorevoli da rimuovere è stata individuata, da ricercatori della Banca Mondiale, nella detenzione privata di terre, da parte di comunità locali, sulla base di titoli di proprietà informali e non certi, una condizione giuridica precaria che incide in modo negativo sulla valutazione degli appezzamenti come capitale produttivo.

La stima più completa della scala degli investimenti in accaparramento di terreni è stata pubblicata a settembre 2010 dalla Banca Mondiale: lo studio mostra che, nel solo periodo da ottobre 2008 ad agosto 2009 sono state dichiarate acquisizioni di terreni agricoli per un'estensione di 46 milioni di ettari (a titolo di confronto, si tratta di una superficie di circa una volta e mezzo quella dell'Italia, il cui territorio nazionale si estende su circa 31 milioni di ettari), due terzi dei quali ubicati nell'Africa subsahariana. Inoltre, delle 464 acquisizioni esaminate dalla Banca mondiale, solo 203 riportavano l'estensione dei terreni acquisiti: ciò implicherebbe, nelle cifre riportate, una drastica sottostima della reale ampiezza del fenomeno, che potrebbe riguardare aree agricole fino al doppio dei 46 milioni di ettari stimati dalla World Bank.

Uno studio successivo, basato sui dati forniti a un congresso internazionale convocato nell'aprile 2011 dalla Land Deal Politics Initiative, ha valutato che gli accordi territoriali rappresentano 80 milioni di ettari.

Tali accordi di acquisizione territoriale riguardano lotti di terre con estensioni medie pari a 40.000 ha (ha è la misura indicante gli ettari), per un quarto dei casi superiori a 200.000 ha, e per un quarto al di sotto di 10.000 ha. Il 37% delle superfici interessate è dedicata a colture alimentari, mentre il 21% è destinato a colture commerciali (cash crops) e il 21% alla produzione di biocarburanti. Questo indica quanto vasta sia la diversità degli investitori e dei progetti che hanno a che fare con l'acquisizione di terra: l'estensione dei lotti, il tipo di coltura, e la natura degli investitori coinvolti, variano in misura notevole da caso a caso.

Di questi progetti, il 30% erano ancora in fase esplorativa, mentre 70% erano approvati ma in vari stadi di sviluppo: il 18% non era ancora partito, il 30% erano a stadi iniziali di sviluppo, mentre per il 21% la coltivazione era già iniziata. La proporzione incredibilmente bassa dei progetti con coltivazioni già avviate è un dato indicativo delle difficoltà inerenti all'avvio di produzioni agricole su larga scala nei paesi in via di sviluppo.

La localizzazione di molti atti di accaparramento di terre ricade nel Sud del mondo, con il 70% di acquisizioni di terre concentrate nell'Africa subsahariana. Altre aree di notevole interesse sono il Sudest asiatico e l'America latina. Uno degli argomenti comuni ai vari governi è il tema dello sviluppo economico: i governi pubblicizzano i benefici dello sviluppo, della creazione di posti di lavoro, della produzione cash crop (un cash crop è un raccolto che si coltiva per il suo valore economico sul mercato), dell'approntamento di infrastrutture e, in definitiva, per la modernizzazione. Molte società investitrici hanno promesso di costruire infrastrutture irrigue, strade, e, in qualche caso, ospedali e scuole per portare avanti i loro progetti di investimento. Ad esempio, in cambio di un canone annuale di 10 dollari per ettaro, al di sotto dei valori di mercato, la Saudi Star ha promesso "di portare cliniche, scuole, strade migliori e fornitura di energia elettrica a Gambella" (Etiopia). I governi fanno anche conto sulla creazione di nuovi posti di lavoro come significativo effetto dell'acquisizione di terre. 

Su una scala più piccola, alcuni accordi posso essere ricondotti a un interesse personale al progetto, o forse dovuti a corruzione o al perseguimento di rendite personali (rent-seeking), di conseguenza il rischio di un deficit di pratiche di buongoverno (governo che opera per il bene dei cittadini) e l'apertura di spazi alla corruzione diventano molto alti. In molti paesi, la Banca Mondiale ha notato che gli investitori sono spesso meglio disposti a imparare a districarsi nel labirinto burocratico e, potenzialmente, a ricompensare i funzionari governativi corrotti, piuttosto che impegnarsi nello sviluppo di un business plan fattibile e sostenibile.

Gli investitori, in generale, possono essere divisi in tre tipi: industrie agroalimentari, governi, e investitori speculativi. Governi e compagni degli stati del Golfo Persico hanno avuto un ruolo molto in vista insieme alle società dell'Asia orientale, ma degli investimenti sono stati iniziati da molti fondi comuni di investimento e produttori agricoli europei e americani. Questi attori sono stati motivati da un certo numero di fattori, tra cui l'economicità delle terre, il potenziale miglioramento della produzione agricola, e l'aumento dei prezzi del cibo e dei biocarburanti.

Partendo da queste motivazioni di base, gli investimenti possono essere suddivisi in tre categorie principali: approvvigionamento di cibo; produzione di biocarburanti; investimenti speculativi.

Anche la selvicoltura (l'insieme delle attività che consentono di controllare crescita, composizione, struttura e qualità di una foresta, con diversi scopi quale la produzione di legname nonché con il fine di preservare nel tempo la qualità e la quantità del patrimonio forestale) contribuisce a un ammontare significativo delle acquisizioni di terreni su larga scala.

In alcuni casi, il fenomeno ha determinato l'elaborazione di strategie difensive, messe in atto sul piano normativo all'interno degli ordinamenti interni dei paesi che si considerano possibili obiettivi.

Dal 2010, il Brasile ha rafforzato, in senso restrittivo, una legge già esistente che limitava l'estensione dei terreni coltivabili acquisibili in locazione da soggetti stranieri, bloccando una larga quota di acquisti di terra da parte di forestieri.

In Argentina, da settembre 2011, è stato presentato, per essere discusso in parlamento, un disegno di legge che restringerebbe a 1000 ettari l'estensione massima dei lotti di terra alienabili a stranieri.

Fin dal 2007, gli investimenti in terra su larga scala sono caduti sotto la lente di organizzazioni della società civile, ricercatori, e altre organizzazioni, per motivi concernenti alcune criticità, come l'instabilità agricola, la consultazione e la remunerazione delle comunità locali, gli spostamenti di popolazioni locali, l'impiego della manodopera locale, le procedure negoziali tra investitori e negozianti, e le conseguenze ambientali di queste forme di agricoltura su larga scala. Queste istanze hanno contribuito alla caratterizzazione e all'etichettatura negativa del fenomeno, da parte dei critici, sotto la specie del "Land Grabbing", senza operare alcuna distinzione in base al tipo di investimento e prescindendo dall'impatto finale di questi investimenti sulle comunità locali. 

Il fenomeno del Land Grabbing non è negativo in sé, dal momento che può essere portatore tanto di buone opportunità per i paesi destinatari del fenomeno quanto di rischi: da un lato, le acquisizioni possono garantire un'iniezione di preziose risorse economiche per investimenti; d'altro canto, esiste il rischio concreto che le popolazioni locali possano perdere potere di controllo e di accesso sulle terre cedute e sulle risorse naturali collegate alla terra e ai suoli, come, ad esempio, l'acqua. Risulta cruciale, pertanto, assicurare che le acquisizioni siano realizzate in modo da minimizzare i rischi e massimizzare le opportunità di crescita e sviluppo economico.

Di P.R.