Argenti Vive: Filippo Argenti risponde al Sommo Poeta

08.04.2021

Mentre solcavamo l'immobile palude mi si parò davanti uno spirito coperto di fango allungò verso la barca entrambe le mani, ma Virgilio, pronto, lo respinse dicendogli: "Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti!" ed io: "Maestro, sarei molto, molto desideroso, prima di uscire dalla palude, di vederlo immergere in questa melma". Poco dopo vidi gli iracondi fare di lui un tale scempio che per esso ancora glorifico e rendo grazie a Dio".

Tutti insieme gridavano: "A Filippo Argenti"

Con questa parafrasi accorciata dei versi 31-63 del Canto VIII dell'Inferno Caparezza ci introduce al brano nel quale il cantante chiarirà fin da subito chi è il vero protagonista:

"Ciao Dante, ti ricordi di me? Sono Filippo Argenti

Il vicino di casa che nella Commedia ponesti tra questi violenti"

Nella canzone in cui Caparezza impersonerà l'iracondo per eccellenza con ferocia e crudeltà, con veri e propri attacchi sia al Sommo Poeta, sia alla poesia stessa, accompagnato da tonalità musicali metal, che si accostano ottimamente al carattere dell'Argenti.

Infatti, già dal terzo verso, l'Argenti si mostra sprezzante del giudizio di Dante:

"Cos'è, vuoi provocarmi, Sommo? 

 Puoi solo provocarmi sonno!"

Da qui partirà un attacco basato sulla codardia del Sommo Poeta, come in questo verso:

"Ma te la dai a gambe, ma quale Vate? Vattene!"

Infatti "vate" era un termine utilizzato per indicare un importante poeta ed era uno dei principali soprannomi di Gabriele D'Annunzio, che oltre ad essere poeta era anche uomo d'azione. Argenti prosegue, secondi il modus operandi tipico degli attaccabrighe, dimostrando la propria "superiorità" con ipotesi violente e ritmate, come:

"Non sei divino, individuo, se t'individuo, ti divido"

E pone anche l'unico verso a proposito dell'amata:

"E' inutile che decanti l'amante, Dante, provochi solo cali di libido"

"Cali di libido" era il termine con cui Sigmund Freud indicava gli impulsi sessuali.

Infine chiude la strofa con un elogio al proprio prestigio:

"Il mondo non è dei poeti, il mondo è di noi prepotenti 

Fai rimando alle genti che mi getti nel fango, ma io rimango l'Argenti"

Il pre-ritornello recita:

"Argenti vive, vive e vivrà, sono ancora il più temuto della città

Sono ancora il più rispettato, quindi cosa t'inventi?

Se questo mondo è l'Inferno, allora sappi che appartiene

A Filippo Argenti"

Con questo ragionamento egli si pone come il più importante tra gli iracondi, il più temuto, come lo era a Firenze e si crogiola in questo titolo che indirettamente Dante stesso gli ha affidato. Questo concetto verrà rinfrancato nel ritornello, nel quale è presente anche un riferimento alla differenza tra la poesia e la prepotenza, identificando con la prima un potere falso, trasparente ed illusorio, ed la seconda come unico vero potere tangibile:

"Le tue terzine sono carta straccia, 

 Le mie cinquine sulla tua faccia lasciano il segno".

Nella prima parte della seconda strofa viene rafforzato l'idea appena esposto, ovvero l'inutilità e l'inconsistenza della poesia in confronto alla violenza. Successivamente lo tormenta per i suoi errori politici: 

"attaccare me non ti redime 

 Eri tu che davi direttive 

 Per annichilire ogni ghibellino, 

Cerchio 7 giro primo". 

Negli ultimi due versi Argenti critica, com'è comune, l'ipocrisia della Commedia e l'ira che il poeta stesso mostra, ora che ne ha l'occasione, nei confronti di Filippo Argenti, citando anche un celebre verso del Canto XXVI:

"Fatti non foste per vivere come Bruti, ben detta 

ma sputi vendetta dalla barchetta di Flegìas, 

 complimenti per la regia".

Quest'ultima critica viene ripresa nel secondo pre-ritornello che recita:

"Argenti vive, vive, vivrà, alla gente piace la mia ferocità

Persino tu che mi anneghi a furia di calci sui denti

Ti chiami Dante Alighieri, ma somigli negli atteggiamenti

A Filippo Argenti"

Secondo questa interpretazione, condivisa non solo da Caparezza ma anche da molti dantisti, il Canto V è visto come una "vendetta" non solo politica, in quanto Filippo Argenti rappresenta i guelfi neri ed in generale l'atteggiamento violento di tutta la nobiltà, ma anche personale, infatti è molto probabile, anche se non certo, che l'Argenti fece un affronto grave a Dante durante la sua vita. "auctor fecit altam vindictam cum penna, quam non potuit facere cum spada" (l'autore compie la profonda vendetta con la penna, quando non la può compiere con la spada) come disse il Benvenuto da Imola.

Nell'ultima strofa l'Argenti continua il parallelo poesia-violenza con due cenni alla storia romana: "Guardati alle spalle, caro Dante, è pieno di Bruti", questo, oltre che citare nuovamente il canto di Ulisse, è un riferimento all'assassinio di Cesare. Nel verso successivo invece Argenti dice: "Tutti i grandi oratori sono stati fatti fuori

Da signori, violenti e nerboruti" e si riferisce all'assassinio di Cicerone ad opera di Marco Antonio. Come ultimi versi della strofa Caparezza fa' predire all'Argenti un futuro che sa essere certo, come anche Dante faceva, ovvero che l'Italia a venire sarà imperversata in continuazione da gente violenta (l'epoca delle Signorie e delle Guerre d'Italia); inoltre dirà "l'arte porterà il mio nome" forse riferimento alle rappresentazioni della Divina Commedia come quella di Doré, dove una delle illustrazioni si chiama "Filippo Argenti".

Infine Caparezza conclude finendo la parafrasi dell'introduzione:

Lo lasciammo là, nella palude e non racconto altro.

di G. B.



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